28 maggio 2015

Peter Pan - James Matthew Barrie

Buon pomeriggio lettorissimi!
È passato molto tempo dall'ultima volta in cui ho scritto un commento. In effetti, è passato più di un mese. A volte capitano i periodi in cui non si ha voglia di leggere e così è stato per me (e sinceramente lo è ancora). Ho visto diverse serie tv, alcuni film e non ho letto nulla, a parte i fumetti di The walking dead. Poi la settimana scorsa sono capitata in biblioteca per caso e mi è venuto in mente che è da un po' che volevo leggere un grande classico della letteratura inglese e fantasy. L'ho trovato ed è stato amore.
Tuttavia, pur avendo ben quattro novità parcheggiate da settimane nel mio ebook reader, non sono sicura se ricomincerò a leggere o meno. Che poi sono tutti e quattro titoli Fanucci: Gwynne, Cogman, Dashner e Walker. Ho ancora qualche serie da guardare per cui, intanto, vi lascio il mio breve commento a Peter Pan di James Matthew Barrie. E spero mi vogliate perdonare.

Di Peter Pan si è già scritto in lungo e in largo e online trovate così tante notizie da farvi venire le vertigini. Non a caso, è diventato così tanto famosa che ne sono stati prodotti film per la tv e il cinema (vogliamo parlare del bellissimo Hook?), musical teatrali e l'indimenticabile cartone animato della Disney. In ogni caso la cosa più importante di cui parlare è, probabilmente, il significato intrinseco del libro di Barrie. La sindrome di Peter Pan studiata in psicologia prende il nome proprio dal lavoro di Barrie. Un adulto che non è riuscito a crescere o che non vuole crescere e prendersi sulle spalle l'inevitabile carico di responsabilità che ne consegue è detto avere la sindrome di Peter Pan. In diverse misure, l'abbiamo un po' tutti e sono convinta che non sia completamente un male. Non vedo perché privarsi di momenti di spensieratezza da bambini quando diventiamo adulti. Non ci trovo niente di sbagliato o tragico nel cinquantenne che si dedica ai videogiochi nel suo tempo libero, anzi spero di finire anche io in questa categoria. Probabilmente quello che non va bene è essere un eterno e completo fanciullo in ogni situazione. Crescere non è sempre una bella cosa, a volte la vita diventa così pesante che vorremmo tornare bambini e annullare l'angoscia e la responsabilità del momento, sostituendola con l'ignoranza e beatitudine che avevamo in passato. Peter Pan e i Bambini Sperduti (bimbi smarriti o perduti, dipende dalle traduzioni: in originale è the lost boys) sono la nostra parte che non vuole crescere e credo sia importante conservarla il più possibile.
Oltre alla parte psicologica, vorrei parlare anche della genesi di Peter Pan. Presso i giardini di Kensington, Barrie conobbe i primi tre figli di Sylvia e Arthur Davies (che divennero cinque poco tempo dopo). Con loro, instaurò un rapporto di amicizia molto profondo. Per loro inventò storie, giocò e immaginò mondi. Nacque il primo abbozzo di Peter Pan che vide la luce nel primo spettacolo teatrale del 1904. Nel 1911 divenne finalmente un libro intitolato Peter and Wendy. L'idea del personaggio di Peter è, probabilmente, frutto della morte in giovane età del fratello di Barrie, a causa di un incidente sul ghiaccio. Barrie si accorse che David non sarebbe mai cresciuto e che sarebbe rimasto in eternità un bambino. Così nacque Peter Pan. Un successo mondiale destinato a durare forse per sempre. Mi immagino che tra cento anni ancora si leggerà di Peter e Wendy e delle loro avventure nell'Isolachenoncè. O quantomeno lo spero.

Nel commento di oggi vorrei fare una cosa diversa. Vi invito alla lettura di Peter Pan, nell'edizione che preferite, e per questo voglio trascrivervi diversi passi per darvi un'idea dello stile e della potenza di linguaggio di Barrie.

Tutti i bambini, tranne uno, crescono. Lo sanno presto che cresceranno e Wendy lo seppe a questo modo.
Un giorno, quando aveva due anni, giocando in un giardino, colse un fiore e lo portò di corsa a sua madre.
C'è da pensare che la bimba, in quell'atteggiamento, sembrasse deliziosa poiché la signora Darling appoggiò le mani al cuore ed esclamò:
- Oh, perché non puoi restare così per sempre?
Questo fu tutto quanto passò tra di loro sull'argomento, ma, da allora, Wendy seppe che sarebbe dovuta crescere.
Tutti, dopo i due anni, scopriamo questa verità. I due anni sono il principio della fine.

Vi ho trascritto l'incipit del racconto perché credo che esprima tutto lo stile di Barrie. A volte ironico, spesso gioioso ma con una vena di nostalgia. Il modo affettato della sua scrittura mi piace da morire. Spicca in maggior modo nei dialoghi, quando i bambini dicono cose così da grandi e in maniera così buffa per noi che è impossibile non farsi travolgere.

- Perché piangi, bambino? - gli domandò con grande gentilezza.
Anche Peter si mostrò un bambino molto educato, avendo imparato le buone maniere alle feste delle fate.
Si alzò e le fece un inchino garbato. Wendy, soddisfatta, si inchinò a sua volta con eleganza dal suo letto.
- Qual è il tuo nome? - domandò egli.
- Wendy Moira Angela Darling - rispose la bimba con un certo sussiego. - E il tuo?
- Peter Pan.

Questo è, invece, probabilmente la parte più famosa di tutto il racconto. Ricorderò per sempre il nome completo di Wendy.

- I Bimbi Smarriti? Chi sono?
- Sono quelli che scivolano fuori dalle carrozzelle quando la bambinaia non fa loro attenzione. Se entro sette giorni i genitori non li ricercano, vengono spediti molto lontano, sull'Isolachenoncè, perché nessuno ne sostiene le spese. Io sono il loro capitano.

Peter dà una spiegazione di chi sono i Bambini Sperduti e qual è il suo ruolo. Sono bambini che si sono persi e mai più ritrovati a causa della sbadatezza delle tate. Dice, inoltre, che sono tutti maschi perché le femmine non sono così sciocche da cadere fuori dal passeggino. Tuttavia, all'inizio del racconto, la signora Darling, cercando un Peter Pan tra i suoi ricordi, ne trova uno che viveva con le fate e che accompagnava i bambini morti per un pezzo di strada in modo che non avessero paura. Per cui si è fatta strada l'ipotesi che Peter fosse una sorta di angelo, che i Bimbi Sperduti fossero in realtà morti e che il pigiama derivasse dal fatto che negli ospedali sia l'abbigliamento richiesto. A dire il vero questa teoria, nonostante non abbia punti di contatto con il racconto, mi è sempre piaciuta. L'idea che l'Isolachenoncè sia un luogo di riposo dopo la morte non mi dispiace per niente.

Il passaggio che segue è la descrizione del Capitano James Hook, in versione italianizzata come tutti i nomi del racconto. James Hook diventa Giacomo Uncino, John e Michael sono diventati Gianni e Michele, George Darling è il buffissimo ma azzeccatissimo Agenore. Anche i Bambini Sperduti hanno subito l'italianizzazione del nome così come i pirati: il buon Spugna è, in realtà, Mr. Smee. Le traduzioni sono, poi, rimaste nell'immaginario collettivo italiano.

In mezzo a loro si distingue, come la gemma più nera e più grande in una collana di gemme nere, Giacomo Uncino o, come si firmava egli stesso, G. Uncino, che si dice fosse l'unico uomo temuto da Cuoco del Mare. Uncino era sdraiato a suo agio, in una rozza carretta tirata e spinta dai suoi uomini. Al posto della mano destra ha l'uncino di ferro con il quale, ogni tanto, o di continuo, li invita ad affrettare il passo. Quest'uomo terribile li tratta e li chiama come cani, e come cani essi gli ubbidiscono.
Il suo volto è cadaverico e di colore verdastro, i suoi capelli sono pettinati in lunghi riccioli che, visti da lontano, sembrano candele nere e danno al suo portamento fiero un aspetto particolarmente minaccioso. L'azzurro dei suoi occhi rammenta quello dei non-ti-scordar-di-me. Una profonda malinconia gli vela lo sguardo, tranne quando conficca il suo uncino nelle carni di qualcuno: allora due luci rosse appaiono nelle sue pupille, e le accendono in modo spaventoso.

Se per caso vi state chiedendo chi sia Cuoco del Mare sappiate che era un nome sconosciuto anche a me. Per fortuna wikipedia mi ha illuminato e ho scoperto che non è altro che uno dei soprannomi del temibile pirata Long John Silver, personaggio creato da Stevenson ne L'isola del tesoro. Di certo non era uno che smacchiava i giaguari (cit. Crozza). Ah, tra l'altro lo stesso Stevenson ha elogiato Barrie dicendo di lui che era un genio.

Bene, con questi brevi stralci spero di avervi messo curiosità e di avervi ispirato la lettura di Peter Pan. Ammetto che il cartone Disney non è uno dei miei preferiti ma ho amato il suo originale di carta. La narrazione è talmente piena di eventi e così affettata che me ne sono innamorata follemente.
Forse, chissà, in un'altra vita sono stata un Bambino Sperduto.


Vi lascio il link di ibs del libro di cui vi ho messo la copertina in alto. Ovviamente trovate decine di versioni, più o meno integrali, più o meno per bambini e con altri racconti. La copia che ho letto io è una vecchia edizione di ottobre 1993 allegata al giornale L'Unità.

Nessun commento:

Posta un commento

Ciao!
Avete letto questo libro? Vi piace la mia recensione? Lasciatemi un commento!